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LA PORTI UN ROTHKO A FIRENZE - A PALAZZO STROZZI VA IN SCENA LA MOSTRA DEDICATA A MARK ROTHKO, CURATA DA SUO FIGLIO CHRISTOPHER ED ELENA GEUNA - ANTONIO RIELLO: "MARKUS YAKOVLEVICH ROTHKOWITZ NASCE IN LETTONIA, MA CAMBIA NOME QUANDO SI TRASFERISCE A NEW YORK DOVE, NEL 1970, SI SUICIDA A CAUSA DELLA DEPRESSIONE - ROTHKO ERA UN AUTODIDATTA, MA SI PUÒ DIRE CHE ABBIA DATO VITA AL PIÙ SOFISTICATO ESPERIMENTO DI MINIMALISMO CHE LE ARTI ABBIAMO MAI CONOSCIUTO NEL CORSO DEL XX SECOLO..."
Antonio Riello per Dagospia
Arturo Galansino ha aggiunto una nuova perla alla collana di mostre che la Fondazione Palazzo Strozzi (di cui è Presidente) ha sfornato in questi ultimi anni. Si chiama Mark Rothko (a Firenze). I curatori sono Christopher Rothko (figlio dell'artista) ed Elena Geuna. Tutto davvero impeccabile (compreso l'accrochage) e pensato su misura per la città toscana. Sono coinvolti il Convento di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana.
Markus Yakovlevich Rothkowitz nasce nel 1903 a Daugavpils (Lettonia) in una famiglia ebraica che emigra negli Stati Uniti. E' un autodidatta (niente Accademie, ma legge moltissimo e si documenta in biblioteca).
Si sposta a New York dove cambia il proprio nome in Mark Rothko (non è solo una strategia di semplificazione comunicativa ma anche pratica prudenza, una certa deriva antisemita non è una malattia così nuova come si potrebbe pensare). La sua formazione passa anche attraverso una serie di brevi soggiorni italiani concentrati sul Rinascimento fiorentino che sono, almeno in parte, all'origine di questo progetto espositivo.
Rothko inizia a dipingere negli anni '30 secondo schemi figurativi di sapore vagamente surrealista, tra le opere in mostra di questo periodo, ancora acerbo, c'è "Tiresias" e un suo celebre autoritratto con occhiali del 1936.
Negli anni '40 abbandona la figurazione ed inizia l'avventura dell'Espressionismo Astratto. Diventa cioè il Rothko che tutti conosciamo. La seconda sala di Palazzo Strozzi illustra molto bene la nascita di questo fenomeno: si vedono le prime grandi campiture piatte di colore che "galleggiano" su oceani tempestosi di altre tinte.
Ci sono le opere capostipiti (come N1/18 del 1948 e N3/13 del 1949). Finalmente la luce viene creata e celebrata - forse mai come prima nell'Arte Contemporanea - nelle sottili soluzioni di continuità, tra un colore ed un altro. All'inizio i toni sono abbastanza sgargianti: giallo intenso, arancione, bianco caldo, rosso aragosta.
Si è usato anche il termine di "Color Field Painting" per questo tipo di linguaggio pittorico che, negli Stati Uniti, è altresì legato al nome dell'artista Helen Frankenthaler. Ma la cifra - specialissima - di Rothko è solo sua: un mondo apparentemente sospeso ed immobile ma davvero pieno di impercettibili sfarfallii e abissi cromatici. Il suo segreto? Le sottilissime variazioni di uno schema relativamente semplice diventano, di fatto, un universo intellettuale molto complesso e poetico.
Si può sensatamente dire che Rothko - forse senza nemmeno volerlo consciamente - ha dato vita al più sofisticato esperimento di Minimalismo che le Arti abbiamo mai conosciuto nel corso del XX Secolo.
Le sue masse fluttuanti su uno spazio bidimensionale parlano di architettura, di filosofia, di misticismo, di angoscia. Sono uno specchio intimo e cangiante dell'animo umano. Mappe cosmiche e di energie interiori. Non si tratta di ammirare (o "capire") i quadri ma di entrare, grazie ad essi, in una forte - ma elusiva - empatia. Nulla è lasciato al caso, anche il formato delle tele ha un significato preciso in questa sua ossessiva ricerca.
Sì ossessiva, ma anche disperata. Rothko ha sofferto molto di depressione e si è tolto la vita a New York nel 1970. Il "lato oscuro" lo si può intravedere riflesso nei colori dei suoi dipinti che virano sempre più verso un grigio freddo e cupo. Fino ad arrivare al nero.
Gli furono commissionati alcuni cicli di opere, la cui storia ha ormai i contorni della leggenda. Il più celebre fu per il ristorante "Four Seasons" situato nel Seagram building di New York (iconico grattacielo progettato da Mies Van der Rohe). Rothko realizzò le opere ma l'idea che le sue fatiche/sofferenze diventassero lo sfondo per eleganti e futili cene ad un certo punto gli fece cambiare idea. Le eccezionali tele di questo ciclo sono oggi quasi tutti alla Tate Modern di Londra. Qui a Firenze è possibile ammirarne alcuni schizzi preparatori.
L'Università di Harvard gli chiese di realizzare una serie di murales per la sede principale nel Massachusetts. Per la loro fragilità furono presto ritirati dalle sale e, nel 1979, portati in magazzino. Non furono visti da molti in realtà. Oggi si possono ri-vedere in forma di proiezione video sulle pareti.
Pochi anni prima della sua morte iniziò un'altra commissione (stavolta andata a termine) su richiesta dei collezionisti texani John e Dominique De Menil. La Rothko Chapel di Houston fu aperta al pubblico nel 1971 (Rothko aveva smesso di vivere pochi mesi prima). Quattordici dipinti che oscillano tra i vari gradi di nero rappresentano uno spazio meditativo di rara intensità spirituale. E' di certo laico ed ecumenico, ma potrebbe essere considerato a pieno titolo come la "Cappella Sistina dell'Arte Contemporanea" (equipaggiata, bisogna riconoscerlo, con una dose di mistica cabalistica, tipicamente israelita).
Al visitatore di Palazzo Strozzi raccomanderei di non perdere la parte della mostra che si trova poco lontano, al Convento di San Marco, dove alcune celle con i famosi affreschi del Beato Angelico ospitano dei quadri di Rotkho (forse, a dire il vero, un po' de-potenziati dalle loro piccole dimensioni). Il risultato è comunque straordinario: vibrazioni e corrispondenze che sembrano ignorare i 500-e-passa anni che separano i due pittori. L'artista americano adorava le invenzioni del Beato Angelico.
E adesso, in chiusura, una breve considerazione prosaica che si evince guardando ai prestatori delle opere in mostra a Firenze. La Mark Rothko Foundation è riuscita in maniera esemplare a preservare l'integrità e il valore - anche da un punto di vista mercantile - della sua opera. Il destino della ricerca di artiste e artisti non è fatto solo dai lavori ideati/fatti in vita, ma anche da come questi - dopo la scomparsa dei creatori - vengono prima archiviati e poi gestiti.
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