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Paolo Di Stefano per il "Corriere della Sera"
Il passaggio della Svizzera agli Ottavi di finale dei Mondiali è certamente un trionfo e insieme una beffa: un trionfo sportivo e una beffa politica. Già Alessandro Pasini sul Corriere , dopo la vittoria elvetica contro l’Ecuador, ha fatto notare il paradosso: in febbraio il popolo svizzero ha votato per la limitazione degli stranieri.
Oggi, a pochi mesi di distanza, la Nazionale di calcio, che dovrebbe rappresentare l’essenza dell’«orgoglio identitario» rossocrociato, raccoglie il meritato abbraccio del Paese pur essendo formata da giocatori di origini bosniache, macedoni, turche, ivoriane, capoverdiane, colombiane, croate, italiane, oltre che da un kosovaro-albanese che contro l’Honduras ha segnato i tre gol.
Più che una Nazionale, una Multinazionale. Basta scorrere i cognomi: Djourou, Senderos, Inler, Behrami, Rodriguez, Gelson Fernandes, Mehmedi, Seferovic, Drmic, Dzemaili, Shaqiri... Minacciata di espulsione, una ventina d’anni fa, la famiglia Behrami potè rimanere in Ticino grazie alla Società atletica locale, che sollecitò le autorità a un procedimento d’urgenza facendo valere il talento sportivo del piccolo Valon, già promettente.
Sono lontanissimi i tempi in cui i nomi degli elvetici — scanditi con fatica da Nicolò Carosio nelle telecronache delle partite contro l’Italia — erano inequivocabilmente svizzeri, e pieni di «Umlaut»: Odermatt, Blättler, Künzli Wenger... Con qualche rara stranezza italica, come quella del difensore-postino ticinese Boffi che nel 1970 riuscì a bloccare niente meno che Gigi Riva.
Ora, insomma, a cantare l’inno elvetico («Quando bionda aurora il mattin c’indora...») sono in massima parte (15 su 23) gli immigrati di seconda generazione (con un allenatore tedesco). È la globalizzazione, bellezza. Ovvio. Capita ovunque (magari senza questa evidenza quantitativa).
Ciò che colpisce è che le fiumane in piazza, imbandierate e inneggiati (agli eroi del pallone) per le vittorie calcistiche, probabilmente sono le stesse che pochi mesi fa si sono precipitate a votare contro il pericolo dell’«inforestierimento» (termine tipicamente svizzero).
Una domanda d’obbligo per queste centinaia di migliaia di tifosi felici: se gli stranieri sono utili a migliorare il livello sportivo della Confederazione, chi l’ha detto che non possano giovare anche allo sviluppo sociale, economico e culturale? Sono buoni solo con i piedi?
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