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Giovanni Stringa per il “Corriere della Sera”
Arriva anche in Italia la direttiva comunitaria sui fallimenti delle banche. La norma ha ottenuto l’ok definitivo alla Camera: dal primo gennaio 2016 entra in vigore il cosiddetto «bail in», vale a dire il salvataggio delle banche attingendo anche alle risorse dei risparmiatori — con una serie di limitazioni — quando il capitale dell’istituto non è sufficiente.
Secondo il ministero dell’Economia, con le nuove norme «nessun creditore può subire perdite maggiori di quelle che avrebbe sopportato in caso la banca fosse stata sottoposta a liquidazione coatta amministrativa secondo la normativa oggi in vigore»; anzi, arrivano «più tutele per depositi e creditori».
La direttiva, spiega una nota, vuole «evitare liquidazioni disordinate, che amplifichino gli effetti e i costi della crisi». Ed è limitata, sempre secondo il Tesoro, la possibilità di attingere al denaro pubblico per salvare gli istituti. La Banca d’Italia può ricorrere al Fondo nazionale di risoluzione, ma solo se azionisti e creditori hanno assorbito le perdite per almeno l’8% del passivo.
La direttiva esclude alcune categorie di crediti dal contributo alla risoluzione della crisi bancaria. Ad esempio: i depositi fino a 100 mila euro, le passività garantite, le disponibilità detenute dalla banca per conto del cliente (come il contenuto delle cassette di sicurezza o i titoli in conto deposito) e i crediti da lavoro o dei fornitori. E si procede seguendo uno specifico ordine di intervento, con gli azionisti chiamati per primi a pagare.
Tra le critiche al provvedimento c’è la posizione del blog di Beppe Grillo, che ha parlato di «prelievo forzoso» (accuse respinte da fonti del Tesoro); il limite dei 100 mila euro, si legge sul post grillino, «potrebbe finire a 30 mila come già in Germania». Secondo il presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti, si addossa ai correntisti la mala gestione dei banchieri.
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