DAGOREPORT: C’È MOLTA TENSIONE IN “SALA” DI ATTESA - DAVANTI A UN’IPOTESI DI REATO SARÀ DIFFICILE…
QUANTO C'E' DI VERO NELLE PAROLE DI UN ASSASSINO SPIETATO? – LA PROCURA DI BOLOGNA SENTIRÀ ROBERTO SAVI DOPO L'INTERVISTA A “BELVE CRIME”, IN CUI L'EX POLIZIOTTO A CAPO DELLA "BANDA DELLA UNO BIANCA", CHE UCCISE 23 PERSONE, HA ALLUSO A UN RUOLO DEI SERVIZI SEGRETI E PARLATO DI PERSONAGGI CHE AVREBBERO GARANTITO UNA “COPERTURA” – SAVI HA SOSTENUTO CHE LA RAPINA DEL 1991 A UN ARMERIA A BOLOGNA SIA STATA IN REALTA’ UN OMICIDIO SU COMMISSIONE DELL’EX CARABINIERE PIETRO CAPOLUNGO: “ERA UN EX DEI SERVIZI DELL’ARMA” – EVA MIKULA, EX COMPAGNA DI FABIO SAVI, L'ALTRO LEADER DELLA BANDA: “ROBERTO HA CONFERMATO CHE SONO UNA TESTIMONE E UNA SOPRAVVISSUTA” – SOLO DOPO LA PRIMA CONDANNA ALL'ERGASTOLO, I SAVI SI SONO PRESENTATI COME PEDINE MANOVRATE DAI SERVIZI – TUTTI I PUNTI OSCURI SULLA VICENDA DELLA UNO BIANCA E QUELLA RELAZIONE DEI CARABINIERI CHE IDENTIFICAVA I FRATELLI SAVI, FINITA IN UN CASSETTO DEL VIMINALE...
UNO BIANCA: LA PROCURA DI BOLOGNA SENTIRÀ ROBERTO SAVI DOPO L'INTERVISTA A BELVE
roberto savi francesca fagnani belve crime
(ANSA) - BOLOGNA, 06 MAG - La Procura di Bologna, guidata dal procuratore Paolo Guido, sentirà Roberto Savi dopo l'intervista trasmessa ieri nella trasmissione Belve Crime, dove l'ex poliziotto e insieme al fratello Fabio uno dei capi della banda della
Uno bianca, in carcere dal 1994, parla di alcuni personaggi, che non sono delinquenti, che gli avrebbero garantito una copertura investigativa e afferma che il vero obiettivo della rapina all'armeria di via Volturno era eliminare l'ex carabiniere Pietro Capolungo. "Perché?", chiede l'intervistatrice Francesca Fagnani; "Perché era un carabiniere. Era tutto insieme di cose intrallazzate. Lui era un ex dei servizi particolari dei carabinieri, i servizi segreti del'Arma", risponde Savi, facendo capire che qualcun altro gli aveva commissionato l'omicidio.
Ovviamente i magistrati di Bologna che indagano ancora sulla Banda della Uno Bianca, con l'ipotesi di concorso in omicidio, dopo l'esposto presentato nel 2023 dai familiari delle vittime, acquisiranno presto il girato dell'intervista.
FAGNANI, 'IMPORTANTE LA DECISIONE DEI PM DI BOLOGNA DI SENTIRE SAVI'
(ANSA) - "La decisione della Procura di Bologna di voler ascoltare nuovamente Roberto Savi è una notizia importante. Siamo contenti che il nostro lavoro giornalistico possa offrire un contributo utile all'accertamento della verità, una verità a cui tutti hanno diritto, a partire dai familiari delle vittime, a cui vanno il nostro rispetto e la nostra vicinanza". Così Francesca Fagnani, commenta la decisione della Procura di Bologna di ascoltare Roberto Savi in seguito all'intervista rilasciata a Belve Crime, andata in onda ieri sera su Rai2.
UNO BIANCA, LEGALI DELLE VITTIME 'VERIFICARE SE CAPOLUNGO ERA NEI SERVIZI'
(ANSA) - BOLOGNA, 06 MAG - Sentire Roberto Savi e verificare se Pietro Capolungo, il carabiniere in pensione ucciso il 2 maggio 1991 nell'armeria di via Volturno a Bologna, faceva parte dei Servizi, come dichiarato dall'ergastolano nell'intervista a 'Belve Crime', andata in onda ieri sera su Raidue.
Lo chiederanno alla Procura di Bologna gli avvocati Luca Moser e Alessandro Gamberini, che assistono i familiari delle vittime della banda della Uno bianca e hanno presentato l'esposto che nel 2023 ha portato alla riapertura delle indagini, alla ricerca di eventuali complici dei condannati. I legali presenteranno un'apposita istanza ai pm.
Proprio in vista dell'intervista di Francesca Fagnani a Savi, gli stessi avvocati dei familiari avevano messo a disposizione materiale per consentire agli autori della trasmissione di approfondire specifici punti.
Su Capolungo, Savi ha detto che andava eliminato, perché "era un ex dei servizi segreti dei carabinieri". Peraltro lo stesso ex poliziotto in passato, nel 1996 in un processo a Rimini, aveva già definito Capolungo "l'ex carabiniere che praticamente era un depositario del Sismi".
EVA MIKULA, 'SAVI CONFERMA CHE SONO UNA TESTIMONE E UNA SOPRAVVISSUTA'
(ANSA) - BOLOGNA, 06 MAG - "La prima cosa che ho pensato durante l'ascolto dell'intervista è che la verità fa male, perché non è sempre ciò che noi vorremmo. Personalmente, ho ricevuto dure conferme dalle parole di Roberto, che ero una testimone e detto da lui che i testimoni li uccideva, che sono una sopravvissuta". Lo dice all'ANSA Eva Mikula, commentando l'intervista andata in onda ieri sera a 'Belve Crime' a Roberto Savi, uno dei capi della banda della Uno bianca.
Mikula all'epoca della cattura 19enne, era la compagna di Fabio Savi, l'altro leader, l'unico non poliziotto, del gruppo criminale che tra il 1987 e il 1994 uccise 23 persone e ne ferì 114, tra rapine a mano armata e azioni di violenza gratuita. Quando Fabio Savi fu arrestato, lei era con lui. E' stata poi assolta da tutte le accuse. In interviste successive ha detto che la banda è stata presa grazie a lei.
Versione in qualche modo confermata ieri sera da Roberto Savi, che ha contrastato quella ufficiale, cioè di un'intuizione dei poliziotti riminesi Luciano Baglioni e Pietro Costanza. "La verità - ha detto Roberto - è che mio fratello è stato più fesso di quello che sembra. Ha raccontato tutto a Eva Mikula. Parlava troppo, e l'ha trasformata in una testimone".
"Giunti a questo punto, il dottor Paci (il pm riminese che coordinò le indagini, ndr), Baglioni e Costanza dovrebbero riconoscere i propri errori, come tutte le persone che hanno fatto un giuramento per lo Stato, perché essere eroi sul sacrificio altrui e nascondersi dietro un profilo di perbenismo, non apre la porta del paradiso".
I MISTERI DIETRO LA SCIA DI SANGUE
Estratto dell’articolo di Gianluca Di Feo per “la Repubblica”
La cosa certa è che gli assassini sono loro: i tre fratelli Savi, assieme ad altri tre poliziotti che li hanno accompagnati nella saga di terrore che per sette anni ha sconvolto l'Emilia-Romagna. Ma i buchi neri sulla vicenda della Uno Bianca restano tanti, con interrogativi che aspettano una risposta da troppo tempo.
Anzitutto il movente: cosa ha spinto tre giovani, educati da un padre duro a credere in "legge e ordine" tanto da volersi arruolare, a uccidere 24 persone e ferirne 102 in almeno 103 azioni criminali? Hanno ammazzato per rapinare pochi spiccioli: solo nel 1994 hanno messo a segno un colpo da 300 milioni di lire.
OMICIDIO NELL ARMERIA DI VIA VOLTURNO A BOLOGNA
Undici dei loro omicidi sono stati commessi a freddo, sparando su immigrati africani e campi rom, eliminando testimoni come Primo Zecchi che stava annotando la targa della loro vettura o punendo con la morte chi gli aveva rivolto un insulto.
Rosanna Zecchi, la vedova di Primo, non hai mai creduto che agissero per soldi: «Non accettiamo la tesi che lo facevano solo per lucro, va al di là della nostra comprensione». E come lei i familiari dei tre carabinieri ventenni trucidati il 4 gennaio 1991 nella strage del Pilastro […]
Non si sono mai comportati da semplici banditi. Sì, si sono impegnati per evitare di venire ripresi dalle telecamere, simulando accenti meridionali e indossando parrucche. Ma hanno firmato le azioni usando le stesse armi, incluso i fucili semiautomatici di loro proprietà.
E hanno conservato dentro casa pistole, mitra, ordigni, pacchi di soldi mai spesi. Perché hanno goduto di una sostanziale e incredibile impunità. Nel corso degli anni ci sono stati parecchi elementi che potevano smascherarli.
Una relazione dei carabinieri li ha indicati con nome e cognome: è finita in un cassetto del Viminale. Gli stessi nomi presenti nel registro dell'armeria di via Volturno, a pochi metri dalla Questura di Bologna, dove hanno assassinato la titolare e un appuntato in pensione che l'aiutava in un'altra esecuzione enigmatica.
In quell'occasione è stato realizzato un identikit che ritrae perfettamente Fabio Savi, il "Lungo" della banda. E anche il volto di Roberto, il "Capo", era stato ricostruito con una somiglianza impressionante. Erano affissi negli uffici dove ogni giorno Roberto Savi prestava servizio, dopo essere stato escluso dalle Volanti per i modi violenti.
Quando sono stati arrestati, si sono mostrati arroganti e hanno deriso i parenti delle vittime. Hanno confessato, in alcuni casi con versioni discordanti, ogni reato che gli è stato contestato, sostenendo di avere fatto tutto da soli.
[…] Una storia semplice? Solo dopo la prima condanna all'ergastolo, i Savi hanno chiamato in causa i servizi segreti e si sono presentati come pedine manovrate dall'alto. Ne aveva già parlato Eva Mikula, la ragazza conosciuta da Fabio in Ungheria dove aveva imbastito un traffico di Kalashnikov mai completamente chiarito.
Più illuminante la testimonianza in aula da Roberto Maroni, il primo ministro dell'Interno leghista: «Certamente nel Sisde e poi nel Dipartimento di Pubblica Sicurezza c'era una situazione che aveva creato sul territorio rapporti consolidati che non garantivano più l'efficienza massima dell'apparato.
Non sono mai arrivato a pensare che consentissero illegalità, ma decisi di cambiare l'aria. Questo ruppe gli equilibri, creò una reazione a catena. Non so se è un caso, ma in poco vennero arrestati i Savi».
Maroni ha citato le interviste di Gianni De Gennaro, insediato da lui alla guida della Criminalpol: «Diceva che occorreva intervenire sulla Uno Bianca ed era ora di chiudere; forse il cambiamento ai vertici ha contribuito alla svolta».
Fabio Savi nel 2001 è stato intervistato in tv da Franca Leosini e ha cambiato di nuovo linea: «Dietro la Uno Bianca c'è soltanto la targa, i fanali e il paraurti. Nient'altro». La verità che manca non può venire dalle parole dei fratelli Savi.
eva mikula 6
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fratelli savi
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roberto savi
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