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“LA MANCANZA DI LIKE MI FACEVA SENTIRE BRUTTA E INSICURA” – LA TESTIMONIANZA DI KALEY, LA 20ENNE A CUI META E YOUTUBE DOVRANNO PAGARE 3 MILIONI DI EURO PER LA DIPENDENZA CAUSATA DAI SOCIAL SFOCIATA IN ANSIA E DEPRESSIONE: “MI SENTIVO COME SE DOVESSI ESSERCI SEMPRE E CHE SE NON CI FOSSI STATA, MI SAREI PERSA QUALCOSA. I SOCIAL MI HANNO COSTRETTA A RINUNCIARE A MOLTI HOBBY, MI HANNO IMPEDITO DI FARMI DEGLI AMICI. E MI HANNO SPINTA A CONFRONTARMI CON GLI ALTRI” – LA RAGAZZA TRASCORREVA SUI SOCIAL 16 ORE AL GIORNO, SI SVEGLIAVA LA NOTTE PER CONTROLLARE LE NOTIFICHE E...
Estratto dell’articolo di Velia Alvich per il “Corriere della Sera”
La sua identità è rimasta a lungo racchiusa in una sigla di tre lettere, KGM. Poi è arrivato il suo nome di battesimo: Kaley. [...]
Le uniche informazioni che si conoscono sono la sua età — oggi ha 20 anni — e che, in una causa intentata contro alcune delle più grandi aziende della Silicon Valley, ha sostenuto di essere stata danneggiata da una dipendenza causata dai social media.
Questi, secondo l’accusa, sono progettati proprio per tenere gli utenti incollati agli schermi. Mercoledì, dopo un processo durato due mesi, i giudici le hanno dato ragione. E così hanno condannato due aziende — Meta per quanto riguarda l’uso di Instagram e Google per YouTube — che fino a oggi erano quasi ritenute intoccabili. Dovranno pagare tre milioni di dollari alla ventenne.
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Se è vero che sull’identità di Kaley si può ricostruire poco, grazie alla sua testimonianza in tribunale dello scorso febbraio si conosce di più sulla sua vicenda personale. [...] «Ho smesso di interagire con la mia famiglia perché stavo passando tutto il mio tempo sui social media», aveva raccontato la giovane donna quando era stata chiamata a deporre. Di sera, quando era appena un’adolescente, Kaley passava da un post su Instagram all’altro finché non si addormentava.
E nel pieno della notte si svegliava per controllare ossessivamente le notifiche. Appena spalancati gli occhi al mattino, poi, la prima cosa che faceva era proprio quella di aprire le app. In particolare Instagram, il social di Meta, che adesso dovrà accollarsi il 70 per cento del risarcimento.
Ma anche YouTube, di proprietà Google, avrebbe contribuito al disagio della giovane. Secondo la sua testimonianza, la piattaforma la teneva incollata allo schermo anche in virtù della funzione della riproduzione automatica dei video, che ne fa partire uno nuovo appena il precedente si è concluso. Facendo i conti, in una giornata poteva passare anche 16 ore con gli occhi incollati allo smartphone.
Come lei stessa ha raccontato davanti ai giudici, a sei anni ha cominciato a usare YouTube, a nove si è iscritta a Instagram, a dieci ha scoperto TikTok — quando si chiamava ancora Musical.ly —, poi a undici si è registrata su Snapchat. La costante presenza online, tra un post e un commento, aveva creato nella ragazza un carico psicologico così grande da intaccare il rapporto con la madre e interferire con la sua quotidianità da adolescente e persino con i risultati scolastici.
Ma soprattutto — ed è questo il punto centrale della causa — i social hanno inciso un solco profondissimo nella percezione che aveva di se stessa [...]
La giovane ha detto che la mancanza di «mi piace» in risposta alle foto che pubblicava online la faceva sentire «insicura» e «brutta».
Non solo: la dipendenza dai social l’aveva anche spinta verso la pericolosa strada della dismorfofobia, un disturbo caratterizzato dalla esasperata attenzione e dal grande disagio nei confronti di presunti difetti fisici.
In quegli anni di crescita è iniziata per Kaley una spirale discendente che l’ha condotta verso i primi segnali di ansia e depressione — iniziati quando aveva appena dieci anni e diagnosticati ufficialmente quando era adolescente —, che l’avevano portata in giovanissima età a episodi di autolesionismo e a sviluppare tendenze suicide.
Inoltre, la ragazza ha detto ai giurati che «mi sentivo come se dovessi esserci sempre» e che «se non ci fossi stata, mi sarei persa qualcosa». «I social — ha raccontato ancora — mi hanno costretta a rinunciare a molti hobby, mi hanno impedito di farmi degli amici... e mi hanno spinta a confrontarmi con gli altri».
Per Adam Mosseri, capo di Instagram chiamato al banco degli imputati lo scorso febbraio, quello di Kaley e degli altri giovani utenti non può essere classificato come dipendenza quanto piuttosto come «uso problematico». Ma la sentenza del tribunale di Los Angeles afferma esattamente il contrario [...]
dipendenza dai social network
DIPENDENZA INTERNET
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