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UN PAESE CON LE PEZZE AL CULO - GIORGIA MELONI ESULTA PER L'OCCUPAZIONE CHE AUMENTA, MA QUELLO CHE NON DICE È CHE IN ITALIA, RISPETTO AL 2021, I SALARI REALI SONO DIMINUTI DEL 6,1%: È IL PEGGIOR DATO TRA LE GRANDI ECONOMIE - LA COLPA È DELL'INFLAZIONE CHE GALOPPA E DEI COSTI DELL'ENERGIA CHE AUMENTANO (PER COLPA DELLA GUERRE DI TRUMP) - ANCHE PER QUESTO, L'ECONOMIA DEL NOSTRO PAESE PERDERA' LO 0,9% NEL 2026 E CRESCERÀ DI APPENA LO 0.2% NEL 2027...
Estratto dell'articolo di Valentina Conte per www.repubblica.it
CETRIOLONI PER L ITALIA - MEME BY EDOARDO BARALDI
La disoccupazione scende al minimo storico, l’occupazione raggiunge il record seppur restando sotto la media Ocse. Ma i salari restano il grande buco nero del lavoro italiano. Nelle Prospettive sull’occupazione 2026, l’Ocse fotografa un mercato che tiene nei numeri, ma continua a perdere sul potere d’acquisto.
Nel primo trimestre dell’anno le retribuzioni reali sono cresciute dell’1,3% rispetto a dodici mesi prima, «principalmente grazie al basso tasso di inflazione». Ma il rimbalzo non basta a recuperare la botta degli ultimi anni: i salari reali italiani sono ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021. Per l’Ocse è «il divario più ampio tra le grandi economie» dell’area.
Il recupero rischia poi di fermarsi subito. I recenti rincari energetici, avverte l’organizzazione di Parigi, hanno spinto di nuovo verso l’alto l’inflazione e verso il basso i salari reali. Risultato: per l’Italia è attesa una nuova flessione dello 0,9% nel 2026 e una crescita quasi nulla, appena +0,2%, nel 2027. A frenare la ripresa, secondo l’Ocse, saranno anche i «limitati rinnovi dei contratti collettivi in programma per il 2027» e il rallentamento del mercato del lavoro.
GIORGIA MELONI INCONTRA LE OPPOSIZIONI PER IL SALARIO MINIMO
Il grafico dell’Ocse mostra bene il paradosso italiano. La variazione annua dei salari reali torna positiva, ma il confronto con il 2021 resta profondamente negativo. L’Italia è tra i Paesi che hanno recuperato meno dopo la fiammata inflazionistica, peggio di Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Giappone. Il dato non misura quindi solo l’ultimo anno, ma la distanza ancora aperta rispetto al livello precedente alla crisi dei prezzi.
giorgia meloni al festival dell economia di trento 8
È qui che si concentra il nodo salariale italiano: la crescita nominale delle retribuzioni è arrivata tardi, spesso attraverso rinnovi contrattuali lenti, mentre l’inflazione aveva già eroso il potere d’acquisto. Così anche quando i salari reali tornano a salire su base annua, restano più bassi di oltre sei punti rispetto al 2021. E la previsione di un nuovo arretramento nel 2026 rende il recupero ancora più incerto.
Il quadro non è tutto negativo. Il tasso di disoccupazione italiano è sceso al 5% a maggio 2026, in linea con la media Ocse del 4,9% e al minimo storico. Nell’ultimo anno è diminuito di 1,5 punti, in controtendenzarispetto a circa due terzi dei Paesi Ocse, dove invece la disoccupazione è salita. L’Italia viene inserita nel gruppo ristretto dei Paesi dell’Europa meridionale, insieme a Grecia, Portogallo e Spagna, in cui il numero dei senza lavoro ha continuato a ridursi.
GIORGIA MELONI E IL SALARIO MINIMO - VIGNETTA BY MANNELLI
Anche l’occupazione ha raggiunto un massimo: 62,8% nel primo trimestre 2026. Ma resta uno dei valori più bassi dell’area Ocse, 9,3 punti sotto la media del 72,1%. Il divario è «particolarmente marcato tra le donne e i giovani». È il segnale che il problema italiano non è più solo la disoccupazione, ma una base occupazionale ancora troppo stretta. Molte persone restano fuori dal lavoro, soprattutto nelle fasce più fragili.
Il grafico sui territori mostra una forbice molto ampia: Firenze è indicata tra le aree con il tasso di occupazione più alto, intorno al 70%, mentre Taranto è tra quelle con il valore più basso, sotto il 40%. Dall’inizio degli anni 2010 le disparità territoriali si sono ridotte del 10,4% rispetto alla media nazionale, ma il divario resta profondo. [...]
Un altro tema ripreso da Ocse riguarda le clausole di non concorrenza, che limitano la possibilità dei lavoratori di passare a un concorrente o avviare un’attività concorrente dopo la fine del rapporto. In Italia, secondo i datori di lavoro, tra il 7 e il 18% dei dipendenti privati è vincolato da questi accordi, contro una media Ocse tra il 20 e il 30%. Il livello è più basso, ma le imprese segnalano una tendenza al rialzo. [...]
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