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UNO STUDENTE ITALIANO, EMILIO PREVITALI, È STATO AGGREDITO DURANTE IL FUNERALE DI "EL MENCHO", A ZAPOPAN IN MESSICO: MA CHE CI FACEVA LÌ? - IL GIOVANE ERA DA QUELLE PARTI PER UNO SCAMBIO UNIVERSITARIO ED E' ANDATO A CURIOSARE AL FUNERALE DEL NARCO-BOSS: "ERO A 300 METRI. SI SONO AVVICINATI I BODYGUARD DEI NARCOS CHE CI HANNO CHIESTO DI CANCELLARE LE FOTO FATTE. IO NON PARLO SPAGNOLO, NON AVEVO IL TELEFONO CON ME. SONO ANDATO NEL PANICO. AVEVO DUE MACCHINE FOTOGRAFICHE NELLO ZAINO, MA NON LE HO NEMMENO TIRATE FUORI" - IN POCHI SECONDI LA SITUAZIONE È DEGENERATA: "MI HANNO COLPITO. NON CAPIVO NIENTE, AVEVO IL SANGUE NEGLI OCCHI. C'ERA GENTE CHE GUARDAVA E..."
Estratto dell’articolo di Ilaria Carra per "la Repubblica"
«Non capivo niente, avevo il sangue negli occhi. C'era gente che guardava ma nessuno è intervenuto — e posso capirlo visto il contesto — mentre io fuggivo a gambe levate...». Emilio Previtali, studente bergamasco, non dorme da tre giorni: è appena rientrato a casa dal Messico, prendendo il primo volo da Guadalajara dopo che i «narcos mi hanno picchiato e rubato lo zaino. Avevo dentro i documenti, il nome della mia università, così ho preferito andare via subito».
Emilio era in Messico per uno scambio universitario alla Tecnologica di Monterrey, studia economia aziendale e ha la passione per la fotografia. Lunedì scorso era in aula, un giorno non a caso: quello dei funerali di Ruben Nemesio Oseguera Cervantes, detto El Mencho, il leader del cartello di narcotrafficanti di Jalisco, ucciso il 22 febbraio in un'operazione speciale. «Vista la mia curiosità ho deciso di andare a dare un'occhiata...».
Il posto era blindatissimo, pieno di forze di polizia. «Ho visto che altri entravano, li ho seguiti. Eravamo molto distanti, a 300 metri dalla bara dorata. Poi a un certo punto questi signori vestiti di nero si sono avvicinati». Erano i bodyguard dei narcos e sono iniziati i problemi. «Hanno iniziato a chiedere a tutti di vedere i cellulari e di cancellare le foto fatte. Io non parlo spagnolo, cercavo di capire dai gesti. E tra l'altro non avevo il telefonino con me».
Hanno continuato a chiedergli dove fosse il cellulare, cosa ci faceva lì. «Non capivo bene, sono andato nel panico, mi sono spaventato». Emilio aveva due macchine fotografiche nello zaino, «ma non le ho nemmeno tirate fuori». In pochi secondi la situazione è degenerata. «Sono scattati e mi hanno aggredito.
Pugni, calci, me li sono ritrovati sopra. Io mi sono buttato nell'erba, ci siamo un po' azzuffati, mi è sembrata un'infinità». Emilio ne esce con la faccia piena di sangue, un dente rotto. «Continuavo a dire: "Scusate sono italiano, sono uno studente". Ma questo non li placava».
Appena ha potuto Emilio è scappato, una ragazza l'ha portato in ospedale, «mi hanno dato dei punti sotto e sopra un occhio, mi hanno visitato e fatto la tac». Poi ha deciso di tornare subito a casa. «Credo che mi abbiano aggredito per dare una lezione alla gente intorno — conclude lo studente — I miei amici dicono che sono un miracolato...».
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