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CARLO CONTI E VIRGINIA RAFFAELE VERSIONE CARLA FRACCI
Natalia Aspesi per “la Repubblica”
Un festival della Canzone dovrebbe essere fatto di canzoni, e magari di cantanti, non di vestiti, di stranezze, di pietismi e di comiche (in questo caso la Raffaele è simpatica).
Una specie di salsiccione onnicomprensivo che accenna anche alla politica: la modella che pare un uomo alta un metro e 80, l’uomo talmente rifatto da parere un pupo, la maestra di una scuola con due soli scolari, tanto perché i bei piccini innocenti sono indispensabili alla lacrima,
quattro tedesche che suonano il violino con l’archetto tra le gambe, un signore che canta benissimo e che dice che gli piace essere papà messo lì per fare un indispensabile scandalino e ci casca solo l’ingenuo Salvini, perché il papà non si è portato il coniuge e quindi la parola gay pare proprio inappropriata: la bella diva americana dalle mani invecchiate che è lì per fare pubblicità al marchio degli orologi di diamanti che porta ai polsi.
virginia raffaele come donatella versace 4
Il problema che è quel palcoscenico, è quel presentatore, sono quei valletti ambosessi, è l’eccesso di allegria ingiustificata e gli sbadigli dei pazienti telespettatori, a rendere tutto ambiguo, mercantile, finto buono: i nastri che dovrebbero dimostrare un appoggio di tutti gli spettatori e dei cantanti e ospiti alle unioni civili ne annebbiano il senso politico, il compositore e pianista, del resto famoso per conto suo, invitato solo perché ammalato, diventa un caso umano.
virginia raffaele come donatella versace 13
Insuperabile però, per ora, il colpo di Carlo Conti l’anno scorso, sullo stesso palcoscenico: una coppia con sedici figli e che non ha ancora finito di generare. Chiunque le canti, le canzoni sono tutte uguali e comunque urlate e soprattutto sussurrate o bofonchiate a un millimetro dal microfono: i voti dell’esperto del nostro giornale Gino Castaldo, come da anni, sono agghiaccianti.
Su 20 canzoni un 8, due 7, molti 5, qualche 4, un 3 e un N.C. (non classificabile) per Patty Pravo. Anche in questo caso, Conti si fregava contento le mani: un altro fenomeno, una celebre nostra cantante in età, travestita da se stessa quando nel 1970, a 22 anni, cantò a Sanremo “La spada nel cuore”.
Anni, quelli ancora esaltanti per il Festival e c’è chi (siamo al 66°!), se vivo, se li ricorda: iniziato nel 1951, fu trasmesso per la prima volta in televisione nel 1955, e solo il finale. Era uno spettacolo molto rustico che incantava o faceva ridere, a seconda del cuore di chi lo guardava. Contavano i cantanti e lì nascevano le canzoni di massimo successo. Dietro le quinte nascevano o si consolidavano amori, Pizzi e Togliani, Latilla e Sanson’s, e scoppiavano litigi, tra due amatissimi, Claudio Villa e il suo rivale Luciano Taioli.
Nascevano nuove inimitabili star, Adriano Celentano con “24 mila baci” nel ’61, la allora quindicenne Gigliola Cinquetti, con “Non ho l’età” nel ’64 e quella che sarebbe diventata una donna raffinata, una cantante e un’attrice di prestigio internazionale, Milva, che quando nel ’61 apparve a Sanremo tutta vestita d’oro per cantare “Il mare nel cassetto” era una ragazzona piuttosto incolta e spaventata.
Allora i giornali dedicavano un breve articolo all’evento: oggi l’informazione di ogni tipo non sembra occuparsi d’altro: per dire che il Festival è brutto, non basterebbe meno spazio?
Comunque mi permetto di non credere che almeno nella prima serata più di 11 milioni di persone siano stati sedute per quattro ore e più a guardarlo tutto. Chissà quanti si sono soffermati qualche minuto, brontolando, e li han contati lo stesso.
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