UN PRESIDENTE FORMATO CINE-PANETTONE - SBRAITA, SBOTTA, SPENDE: DE LAURENTIIS POTREBBE SOSTITUIRE DE SICA E BOLDI MESSI INSIEME – PER ORA FA IL GANZO MA DEVE PREGARE SAN GENNARO CHE HIGUAIN SEGNI QUANTO CAVANI…

Vai all'articolo precedente Vai all'articolo precedente
guarda la fotogallery

Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"

Aurelio ha buona memoria e sa che per salire a bordo è necessario ricordarsi il nome della stazione di partenza: "Quando arrivammo in serie A apparve una classifica, eravamo al cinquecentoventitreesimo posto, mi dissi 523, bucio di culo aiutami te, porta fortuna... oggi siamo la 13esima squadra del mondo, non abbiamo un euro di debito... e c'abbiamo tifosi straordinari, perché da noi i razzisti non ci stanno, sono gli altri che ci danno dei razzisti perché c'hanno un complesso di inferiorità... e a noi non ce ne fotte un cazzo". Applausi, delirio: "Grande presidè", Cori da stadio di fine maggio: "E Cavani non si toccaaa/ e Cavani non si toccaaaa".

Poi il tecnico Mazzarri, lievemente provato, ha salutato la compagnia, l'uomo che deve dimostrare la genialità di uno Schiaffino è stato sedotto da un assegno da 60 milioni di euro emigrando a Parigi e Aurelio De Laurentiis, è rimasto perché come disse a favore di telecamera a un tifoso ammaliato con tono curiale, calcolate pause e sapiente, demagogico uso della terza persona: "Tu non devi preoccuparti di Cavani o di Mazzarri, ma solo di una cosa, che il signor Aurelio De Laurentiis non si rompa i coglioni e non se ne vada... ma nun te preoccupà, perché io non amo il Napoli, io amo Napoli".

Anche le passioni più reciproche hanno bisogno di prove d'affetto, così Aurelio figlio di Luigi, produttore partito dai drammi monicelliani per cancellare tra un cinepanettone e l'altro l'epopea di Ferlaino e Lauro, mette mano al portafogli e ai 63 milioni lasciati come pegno da Cavani, ne acclude altri 60 che valgono più di quanto non pesino. Sono un manifesto esistenziale, uno stendardo elettorale, la definitiva bandiera su un territorio che in queste ore lo paragona a San Gennaro.

Si sono ribaltati i rapporti di forza e anche Aurelio, che ai tempi della ricostruzione si appellava al solo avanspettacolo per colmare la distanza con i sogni: "Vi ho portato Gesù, che cazzo volete di più?", celiò all'epoca dell'acquisto dell'oscuro Jesus Datolo, ha iniziato a fare sul serio. C'è un tempo per ogni cosa e l'ora di vincere, assecondando una progressione oggettiva, sembra giunta.

Il Napoli che oggi fa spese in casa Real Madrid, appena 9 anni fa lottava e perdeva con Fermana e Sora in terza serie. Aurelio non manca mai di ricordarlo e dopo aver passato 12 mesi a farsi spiegare l'universo in cui era planato senza protezioni, ha fatto come sempre da solo. Per recitare da Viceré stilizzando sulle maglie sociali il profilo borbonico che in città è più di una nostalgica consapevolezza, De Laurentiis, che sul tema è maniacale, ha lavorato sulla programmazione.

Pungolando l'orgoglio (memorabili le piazzate pechinesi con tanto di rinuncia a officiare la premiazione dell'odiata Juventus ) sventolando la napoletanità. Persuaso che basti lo studio di una materia agronomica o la lettura di un volume per poter impiantare pomodori in Cina o tenere alternativamente lezioni sull'identità partenopea all'Università, non si è negato nulla. Ha discusso, litigato, duellato, mandato a fare in culo allenatori riottosi, stelle viziate e colleghi presidenti: "Siete delle merde".

Con qualche ragione, un notevole tono padronale, la protervia del piccolo imperatore, un approccio quasi sempre survoltato, commisurato - va detto - a un contesto estremamente favorevole. A chilometri dall'Accademia della Crusca, Aurelio il conservatore (in famiglia, come nel cinema, serialità nei nomi propri, rispetto delle radici, fedeltà alle abitudini e ossessiva scaramanzia) ha parlato un linguaggio rivoluzionario.

Una rivoluzione orchestrata nel Colosseo adatto, orfano degli Agnelli e dei Moratti di un tempo, ancora preindustriale, totalmente nudo sul versante del merchandising e dove dire pane al pane, tra bucanieri, è considerato un valore.

Aurelio non si è fatto pregare. Hanno scritto che era prosaico e volgare. Se ne è fregato. Hanno detto che offendeva nutrite categorie che oscillavano dal genere femminile, all'esemplare giornalistico fino a Leo Messi: "Un cretino". Indifferenza assoluta. Hanno sostenuto che volesse spazzare via le piccole realtà per dar vita alle Superleghe.

Ha ammesso e non è detto che non ci riprovi presto. Conta solo il risultato, un pragmatismo incastonato nella vita, infernale, che Aurelio si è ritagliato per sé. Sedici ore al giorno di lavoro, 15 giorni di vacanze l'anno, molta beneficenza di cui non desidera si sappia nulla. Isterismi e generosità improvvise, dichiarazionismo compulsivo (alimentato e aggravato dalla variabile twitter), scaramanzia patologica (la sua Filmauro è al numero 14 di Via 24 maggio, due dei suoi numeri preferiti insieme al 17), riunioni, telefonate, strigliate, cronisti indesiderati trattati come cafoni e minacciati fisicamente, agenti ricondotti brutalmente al naturale ruolo di ruffiani.

Il campionario di ADL, adorato agita popolo di una scatenata enclave che per il Napoli e per il suo Presidente, si immolerebbe senza contropartite. Aurelio ce l'ha fatta. Prima il cinema. Poi il pallone. Sempre in primo piano, sempre più simile per fisiognomica allo zio d'America, Dino, che proprio da Torre Annunziata prese il largo e ad Alberto Sordi, il modello del nostro eterno Borgorosso nazionale. Voleva andare a Udine, il Dela. sentì puzza di malinconia. Di marginalità.

Lavorare dove la gente non ha nulla, restituisce un ruolo. L'umore, in tanto trottare, è ovviamente cangiante. D'estate o di inverno, I dipendenti del cavaliere del lavoro De Laurentiis Aurelio si fanno sempre la stessa domanda: "Come si sveglierà il boss?". Poi pregano. Il principale si presenta sempre prima di loro. E aspetta. Il giorno è lungo. E la notte, un affare da falliti.

 

de laurentiis foto mezzelani gmt Achille LauroHIGUAIN EDINSON CAVANI