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Paolo Mastrolilli per "La Stampa"
Un drone americano, un Predator non armato forse decollato da Sigonella, ha volato sul campo di In Amenas. à la conferma che l'operazione lanciata dai terroristi in Algeria sta provocando un'escalation, sciogliendo i pochi dubbi rimasti. Washington è stata sempre prudente sull'intervento in Mali, per almeno due ragioni: non vuole mettere uomini sul terreno, e non vuole dare agli estremisti islamici locali appigli per allargare la loro campagna, trasformandola in una offensiva globale contro gli Usa.
Fin dal principio, i Paesi che preparavano l'intervento inizialmente previsto per settembre avevano chiesto agli americani soprattutto una cosa: informazioni di Intelligence, da fornire con la mappatura aerea dei potenziali obiettivi. Alle prime resistenze, avevano risposto ricordando il precedente della Bosnia, dove Washington aveva frenato, ma poi era stata costretta dagli sviluppi sul terreno a dare le immagini dei serbi che riscavavano le fosse comuni per spostarle e nasconderle.
Il Pentagono, in realtà , aveva avviato già dal 2007 un programma per la sorveglianza della regione che va dal Mali alla Somalia, chiamato poi in codice «Creek Sand». L'operazione ha la sua base principale a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e si serve di piccoli aerei da trasporto civili Pilatus PC-6, monomotori fabbricati in Svizzera. Questi apparecchi sono attrezzati con sensori capaci di registrare video, intercettare i raggi infrarossi, e interferire con i segnali radio e cellulari. Sono dislocati in una dozzina di piccole basi, che oltre al Burkina Faso si trovano a Gibuti, in Mauritania, e altri paesi.
Atterrano su strisce di terreno nascoste, dove possono rifornirsi di carburante, allungando così il loro raggio. «Creek Sand» è utile, ma non è sufficiente. Quindi i francesi e le altre istituzioni coinvolte in Mali sollecitavano al Pentagono di mobilitare i droni. Finora il generale Carter Ham, comandante di Africom, aveva frenato, dicendo che «i jihadisti del Mali non pongono minacce dirette agli Usa». La situazione è cambiata col rapimento degli americani in Algeria, 7 o 3 a seconda delle versioni.
Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha «condannato duramente» l'azione e il capo del Pentagono Panetta l'ha attribuita ad Al Qaeda, e il primo Predator è già entrato in azione. Non era armato, ma nell'amministrazione si sta rafforzando la corrente che vorrebbe avviare esecuzioni mirate della leadership jihadista, come quelle condotte nello Yemen o in Pakistan. «L'instabilità in Mali - ha detto Hillary Clinton - ha creato un vuoto. Abbiamo limitato al Qaeda in Afghanistan e Pakistan, ma i terroristi cercano di organizzarsi altrove».
Gli Usa non riconoscono il governo del Mali, nato da un golpe, e questo ha contribuito a frenarli, però hanno molti strumenti nella regione: droni e Marines a Sigonella e in Spagna, basi aeree in Etiopia e Seychelles, 2.000 uomini delle forze speciali nella base di Camp Lemonier a Gibuti. Pronti all'escalation.
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