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“DIAMO IL CULO PER HILLARY” - LA CLINTON SI “VENDE” COME PALADINA DEI DIRITTI GAY E UN GRUPPO DI OMOSESSUALI DI SAN FRANCISCO INVITA GLI ELETTORI A SOSTENERLA “VOTANDO COL SEDERE” E A “DARE IL CULO” PER FARLA VINCERE

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Gemma Gaetani per “Libero quotidiano”

CAMPAGNA DIAMO IL CULO PER HILLARYCAMPAGNA DIAMO IL CULO PER HILLARY

 

Le elezioni americane dimostrano una volta di più di essere un confrontro tra figurine anziché programmi. Alle due precedenti tornate abbiamo assistito alla vittoria di Obama, cioè della figurina dell’afroamericano (e Nobel per la pace che poi però ti bombarda la Siria). In tempi come gli attuali, proni al politically correct, il colore della pelle di Barack ha contato parecchio e l’unico «change» - il tormentone slogan della sua campagna elettorale - che assicurò rispetto all’uscente Bush fu quello epidermico-cromatico.

 

Quando Barack corse alle sue prime primarie competeva proprio con Hillary Clinton. Diversamente da oggi, la moglie di Bill non venne percepita come dem e donna, ma come la solita bianca e schifosamente di potere. Barack vinse innanzitutto perché portava impressa addosso una «lettera nera». Nel romanzo di Hawthorne La lettera scarlatta, la protagonista aveva sul petto la A di «adultera», nel caso di Obama c’è stata la B di «black».

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È la discriminazione positiva: ti voto per superare il senso di colpa che sento nei confronti della «minoranza» che rappresenteresti. Ti faccio maggioranza per rettificare la tua «minoranza». Poi dei programmi chi se ne importa. Gli avversari di Barack, vecchi e nuovi, lo hanno capito. E sfruttano la stessa vincente tecnica dell’essere figurina. Hillary ha annunciato la corsa alla Casa Bianca con un video in cui lo stereotipo della donna (ci manca solo la didascalia che spiega che anche il cane che si vede a un certo punto è una femmina) e della famiglia (anche gay) sono sviolinati a dismisura.

 

Uno spottone ai limiti del vomitevole alla figurina retorica della donna. Anzi, della donna illuminata che, anziché osteggiare il mondo Lgbt, lo difende. Di più: della donna illuminata che difende i diritti dei gay ed è pure vecchia. Non appena qualcuno ha avanzato dubbi sulla sua età, infatti, le progressiste - americane e non - si sono alzate a gridare in sua difesa. E mica che «gallina vecchia fa buon brodo».

 

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Ma che se la si critica per l'età si è «ageisti», cioè si compie una discriminazione nei confronti degli anziani. Quando si compiva, o si compie qui, nei confronti degli uomini politici agès (un solo nome: Silvio) va bene. Nel caso di Hillary no, perché lei sarà anche una bacucca, ma è donna, quindi da non penalizzare più. Che importa che sia ormai nonna: che corra per le Presidenziali anche del 2047, quando sarà diventata di sicuro anche bisnonna. Un 23enne di San Francisco si è inventato la campagna «I’d bottom for Hillary».

 

Letteralmente, «darei il di dietro per Hillary» (ed è facile capire che significhi la frase nel gergo gay). C’è sito, e profilo Instagram. Con foto come quella in cui un bellone è posizionato a 90 gradi con una sagoma cartonata di Hillary alle spalle. Al bottom, scusate. Ai repubblicani che seguono il profilo credendolo satirico, viene spiegato che il bottoming, cioè «dare il di dietro», sarà quello che dovranno fare loro per Hillary quando vincerà le elezioni.

 

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Contro Hillary corre un'altra figurina: Marco Rubio, di origini cubane. È l'alternativa ispanica ad Obama e di Hillary ha detto che rappresenta il passato, la politica di professione incollata alla sedia (su questo ha ragione). Lui, avendo 45 anni, rappresenterebbe invece il futuro. Lui, avendo i genitori di origine cubana, la minoranza latina.

 

Dopo la figurina nera Obama, ecco la giovane figurina «Cubama», l’Obama dei latinos. In realtà, l’unico che l’abbia mai preso nel bottom, ora che contano le figurine, è chi rappresenta la normalità. Per esempio il repubblicano Chris Christie, che rinunciò alle elezioni presidenziali 2012: era bianco e obeso. Rappresentava di fatto l’americano medio. Ed, eventualmente, le persone sovrappeso, una minoranza che patisce mica poco, ma che nessuno difende.

marco rubiomarco rubio