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Andrea Tarquini per "La Repubblica"
Lev Trotskij capì subito che quell'uomo dal falso nome greco, esule come lui, non ispirava nulla di buono. Adolf Hitler, respinto due volte dall'Accademia delle belle arti, già covava rabbia da frustrato contro il mondo, e contro quella mescolanza di etnie che lo circondava. Josip Broz, il futuro maresciallo Tito, si guadagnava il pane in una fabbrica Daimler, e le belle ragazze erano già il suo hobby. Sigmund Freud era già un affermato medico.
Vivevano tutti non lontano dai castelli dell'anziano, triste imperatore reso vedovo da un anarchico italiano, e dell'arciduca, di fatto numero due dell'Impero. Non è fantapolitica, è un dettaglio della storia contemporanea, ben narrato ieri in un reportage della
Bbc: era il 1913, coabitarono a poca distanza a Vienna tutti quei personaggi,
che sarebbero stati poi protagonisti di conquiste, svolte e soprattutto tragedie del ventesimo secolo.
La capitale del multietnico Impero austroungarico al tramonto era rifugio prediletto per talenti e rivoluzionari esuli, intellettuali di punta e giovani falliti ma ambiziosi.
Se visitate Vienna, provate a immaginare quei tempi, magari dopo aver appreso dalle pagine di Musil e Zweig un po' di quell'atmosfera. Stalin vi arrivò nel giugno 1913, scampando all'Okhrana (la polizia segreta zarista) con un treno da Cracovia austroungarica a Vienna.
Stavros Papadopoulos era scritto sul suo passaporto. «Baffuto, pelle grigiastra, non ha nulla di amichevole», scrisse poi di lui Trotskij che si occupò del fuggiasco georgiano, al secolo Josif Vissarionovic Zhugashvili. Entrambi abitarono nella parte ovest della capitale imperiale, la più affollata di stranieri.
Massimo un paio di chilometri dal centro, dalla Hofburg dove Francesco Giuseppe regnava stanco e dal Belvedere dove Francesco Ferdinando non temeva ancora di cadere nell'attentato a Sarajevo. Vissero tutti nel melting pot dove Alma Mahler, vedova di Gustav, divenne la musa di Oskar Kokoschka e Walter Gropius.
Ignorando ognuno il suo futuro e quello dell'altro, erano solo semplici parti di quel tutto viennese che non c'è più. Magari s'incontrarono senza ovviamente pensare a come il futuro li avrebbe divisi. Frequentavano tutti i mitici caffè del centro, luogo di incontri e dialogo senza sosta su cultura, politica o Weltanschauung del mondo.
Freud che nella Berggasse aprì il primo studio di psicanalisi al mondo, prediligeva il Café Landtmann, Trockij e Hitler amavano il Café Central. E in quell'operaio croato, Josip Broz, nessuno avrebbe immaginato allora il mitico Tito, il leader jugoslavo che poi sconfisse prima Hitler in guerra, poi "Stavros Papadopoulos" (Stalin appunto) nella guerra fredda.
Oggi Vienna è la splendida capitale d'un paese piccolissimo, ma se viaggiate nelle città -melting pot di oggi, da New York a Londra, da Berlino a Hong Kong, guardatevi attorno: chi sa che cosa c'è nel futuro del vicino.
VIENNA NEL TREDICI
STALIN TROTSKY E HITLER
hitler
Stalin
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