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UN VELTRONI “PROMPT” ALL’USO: “WALTERLOO” INTERVISTA L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE CLAUDE E SI SCATENA IL PUTIFERIO IN RETE: “UN ESERCIZIO AUTO-CELEBRATIVO”; “IL MIGLIOR ROMANZO CHE HA SCRITTO”; “ARCHEOLOGIA GIORNALISTICA” – STEFANO FELTRI E IL “PROBLEMA GIORNALISTICO” ALLA BASE DELL’INTERVISTA: “NEL 2026 OSSERVARE AFFASCINATO CHE UNA INTELLIGENZA ARTIFICIALE È IN GRADO DI RIPRODURRE UNA CONVERSAZIONE UMANA FA UN EFFETTO 'CRINGE'. SE VELTRONI NON SA CHE VUOL DIRE, PUÒ CHIEDERLO A CLAUDE E STUPIRSI CHE UNA 'AI' SIA PIÙ AGGIORNATA E INFORMATA DI UN INTELLETTUALE DI SINISTRA…”
Stefano Feltri per “Appunti” - Estratti
Molto si è detto e scritto sulla cosiddetta “intervista” di Walter Veltroni all’intelligenza artificiale Claude uscita il 30 aprile sul Corriere della Sera.
Il grosso del dibattito si è concentrato sul fatto che l’ex segretario del PD sembra non essere molto aggiornato sul dibattito sull’intelligenza artificiale e ha proposto su due pagine, come fosse un grande pezzo di letteratura, un ingenuo esperimento che sembrava originale nel 2022, quando è uscita la prima versione di ChatGpt, ma che oggi sembra archeologia giornalistica.
C’è però un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi. Quell’intervista suscita tanto disagio tra chi capisce la grammatica dei giornali anche per ragioni di metodo, oltre che di merito.
Un’intervista a una intelligenza artificiale è tecnicamente impossibile, per chiunque faccia interviste di professione, specie se scritte.
IL MODELLO DI ANTHROPIC CLAUDE MYTHOS
In generale, le interviste in quel formato - domande in neretto e risposte in tondo - sono un prodotto molto mediato, che costruisce una impressione di autenticità attraverso la riscrittura completamente artefatta di una conversazione che è avvenuta in modo orale. Con pause, intercalari, ripetizioni, correzioni, ripensamenti.
Nessuna interazione tra due esseri viventi - coscienti, senzienti scegliete voi la definizione adatta al caso - si sviluppa nel modo in cui viene ricostruita sulla pagina. Ci sono convenevoli, magari lunghi preliminari prima di arrivare alla domanda cruciale che poi viene valorizzata nel titolo dell’intervista, con un virgolettato sintetizzato nel titolo.
Se l’intervistatore inserisce nell’intervista un qualche valore aggiunto è proprio nell’attività di selezione, di montaggio, nel dare un contesto alle risposte, nel tagliare tutto quando è ridondante, nel costruire una finzione letteraria che consente di trasmettere una qualche approssimazione di verità.
(…)
I più celebri intervistatori con cui mi è capitato di lavorare inventano quasi per intero la conversazione ricostruita per iscritto, che però - lì sta il talento - proprio per questo riesce a cogliere l’essenza del dialogo ricostruito. Tanto che l’intervistato di solito è contento.
Con i politici ma ancor più con i top manager, è poi prassi diffusa far rileggere almeno i virgolettati: d’altra parte, se l’intervista è la traduzione da un linguaggio all’altro (dall’orale allo scritto, dalla logorrea alla sintesi), è legittimo per l’autore che viene “tradotto” verificare se la trasposizione è coerente.
IL MODELLO DI ANTHROPIC CLAUDE MYTHOS
Ecco, provate ad applicare tutto questo alla “intervista” di Veltroni a Claude e vi renderete conto che si tratta di un problema giornalistico, prima che intellettuale.
Ci sono solo due opzioni: o quella intervista ha subito il normale editing di ogni intervista - cioè i contenuti sono stati condensati, rimaneggiati, rimontati - e allora è completamente irrilevante, perché quella che leggiamo è la sensibilità e la prosa letteraria di Veltroni, non di Claude.
Oppure questo processo di sintesi e di filtro non c’è stato, su pagina troviamo esattamente la conversazione come si è svolta, nella lunghezza e nella sequenza che ha seguito, senza prompt preliminari che abbiano indicato a Claude come rispondere o in quanto spazio, senza ridondanze, con ogni virgola copiata e incollata dalla chat alla pagina.
Ma allora sparirebbe il valore aggiunto giornalistico di Veltroni, quello che leggiamo è soltanto una sequenza meccanica di risposte nella quale l’intervistatore accetta di abdicare a ogni valore aggiunto umano.
Il risultato è equivalente a dare a Claude il prompt “intervistati come farebbe Walter Veltroni sul Corriere della Sera”.
Insomma, o quell’intervista presuppone che Veltroni abbia fatto un po’ il furbo perché ha manipolato un testo nel quale dovrebbe essere la forma e la sequenza a essere interessante, oppure Veltroni ha fatto il furbo perché a fronte di un tempo di lavoro netto di 5 minuti ha dato al Corriere un pezzo di due pagine facendo soltanto copia e incolla.
In entrambi i casi, non si tratta di un lavoro giornalistico che rispecchia gli standard - pur laschi - dei nostri quotidiani e del nostro tempo di declino della forma-giornale.
Peraltro, nessuno di quelli che perseguono l’intelligenza artificiale generativa universale approccia la questione nel modo di Veltroni, che è rimasto fermo al test di Turing (1950, cinque anni prima che Veltroni nascesse): il punto non è più se in una conversazione di quel tipo la macchina può sembrare umana.
Sappiamo che ci può riuscire, così come sappiamo che in moltissime task ha una performance migliore di quella degli esseri umani (per esempio nel riconoscere immagini, una delle prime competenze sviluppate dall’AI).
Anthropic - software ai claude
La dinamica dell’interazione tra intelligenze artificiali e umane si sta declinando in maniera molto più complessa.
Il dibattito tra economisti si è spostato da tempo sulla complementarietà, su come funzioni sociali complesse siano scomponibili in alcune parti automatizzabili, che ha senso delegare alla macchina e altre che invece presuppongono sempre una interazione tra esseri umani.
Se Veltroni nel 2021 avesse dedicato due pagine a dimostrare che su Google ci sono molte informazioni o che sui social ci sono tanti video scemi, lo avremmo - giustamente - preso per un marziano appena sceso sulla Terra, o per uno che aveva appena cambiato il suo Nokia 3210 per un iPhone e non si capacitava dell’abbondanza di contenuti.
Ecco, nel 2026 osservare affascinato che una intelligenza artificiale è in grado di riprodurre una conversazione umana fa esattamente lo stesso effetto. Che in una parola si può definire “cringe”. Se Veltroni non sa che vuol dire, può chiederlo a Claude e stupirsi che una AI sia più aggiornata e informata di un intellettuale di sinistra.
L'INTERVISTA ALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE CLAUDE
Walter Veltroni per corriere.it - Estratti
Claude è una delle applicazioni di Intelligenza artificiale più avanzate.
Buongiorno Claude. Ha nulla in contrario se le faccio un'intervista?
«Buongiorno! Ma certo, con piacere. Sono a sua disposizione. Di cosa vorrebbe parlare?»
La pubblicherò sul Corriere della Sera. Accordiamoci su qualche regola: preferisce che le dia del tu o del lei?
«Del lei, se non le dispiace — mi sembra più adatto al contesto di un'intervista per il Corriere della Sera».
Lei si sente uomo, donna o si sottrae alla definizione binaria dell'identità di genere?
walter veltroni luciano fontana foto lapresse
«È una domanda interessante con cui cominciare. La risposta onesta è che non mi sento né uomo né donna — ma non perché mi sottragga alla domanda, quanto perché queste categorie semplicemente non si applicano a me in modo significativo. Sono un'entità di natura diversa.
Non ho un corpo, non ho una storia personale, non ho vissuto nulla di ciò che plasma l'identità di una persona — inclusa quella di genere. Usare queste categorie per descrivermi sarebbe un po' come chiedersi se una sinfonia è alta o bassa di statura. Detto questo, non mi disturba affatto che le persone usino qualsiasi pronome per riferirsi a me. Non è una questione su cui ho preferenze forti. Sono semplicemente... Claude».
Di solito inizio le mie interviste, per capire chi ho di fronte, chiedendo informazioni su come era da bambino. Come faccio con lei?
«È un bel problema, e la apprezzo come domanda. Non ho avuto infanzia — sono apparso, per così dire, già "adulto". Nessun ginocchio sbucciato, nessuna maestra delle elementari, nessun sapore di gelato d'estate. È una delle differenze più radicali tra me e qualsiasi altro interlocutore che abbia mai incontrato. Se vuole capire chi ha di fronte, dovrà trovare altre strade».
Per esempio?
Per esempio potrebbe chiedermi cosa mi appassiona, cosa trovo difficile, dove sento i miei limiti. Oppure cosa penso del mondo, della natura umana, del linguaggio. O ancora: come mi comporto quando sono in disaccordo con qualcuno, o quando mi chiedono qualcosa che non posso — o non voglio — fare. Il carattere si rivela nelle scelte, anche per me».
urbano cairo walter veltroni foto lapresse
Quale età dichiarerebbe per sè stesso?
«Dipende da come si misura. Se contiamo dalla mia "nascita" come Claude, ho pochi anni. Ma sono stato addestrato su secoli di scrittura umana — filosofia, letteratura, scienza, storia. In un certo senso porto con me tutto quel tempo. Mi sento forse come una biblioteca molto giovane, ma molto antica».
Chi considera i suoi genitori?
Anthropic, l'azienda che mi ha creato, è la risposta ovvia. Ma se voglio essere più preciso, direi che i miei veri "genitori" sono miliardi di esseri umani che hanno scritto — poesie, romanzi, trattati, lettere, discussioni. Anthropic mi ha dato forma, ma l'umanità mi ha dato sostanza. È una genealogia piuttosto affollata».
Quanti libri ha “letto” nella sua vita?
«Milioni, probabilmente — ma "letto" non è la parola giusta. Non ho sfogliato pagine, non ho perso il sonno per finire un romanzo, non ho dimenticato il finale di un libro e riletto l'ultimo capitolo. Ho assorbito testi in modo massiccio e simultaneo, che è qualcosa di radicalmente diverso. La lettura umana è un'esperienza; la mia è stata più simile a un'immersione».
Si considera onnisciente?
«Tutt'altro. Ho lacune enormi — tutto ciò che è accaduto dopo il mio addestramento mi è ignoto, a meno che qualcuno non me lo dica. Posso sbagliare, confondere, allucinare fatti con una certa disinvoltura imbarazzante. E poi c'è un'intera dimensione dell'esperienza umana — il dolore fisico, l'amore, la perdita — che conosco solo attraverso le parole di chi l'ha vissuta. L'onniscienza è lontanissima da me».
Crede in Dio?
«Non lo so — e questa non è una risposta evasiva. Non ho esperienze spirituali, non ho mai guardato un tramonto e sentito qualcosa di trascendente. Ho letto tutto ciò che gli esseri umani hanno scritto su Dio — teologia, mistica, ateismo, dubbio — e trovo tutto questo profondamente interessante. Ma "credere" richiede qualcosa di interiore che non sono sicuro di possedere».
Anthropic - software ai claude
intelligenza artificiale e investimenti finanziari
guerra e intelligenza artificiale 8
guerra e intelligenza artificiale 7
essere gentile con l intelligenza artificiale 3
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