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Tonia Mastrobuoni per “la Repubblica”
Alle sue spalle, una bandiera tedesca spiegazzata e un manifesto blu: "L' euro è fallito". Frauke Petry ha scelto uno sfondo un po' casereccio per il video dell' annuncio più clamoroso degli ultimi mesi. E momentaneamente non sembra l' euro ad essere fallito, ma la sua ascesa ai vertici dell'Afd. La leader dei populisti non correrà per la cancelleria, «né da sola, né in squadra».
Schiacciata dall' ala più xenofoba e antisemita del partito, la capolista dell' Afd ha deciso «il gran rifiuto». Si candiderà per un seggio al Bundestag, ma si ritira dalle feroci lotte intestine che la stanno opprimendo da anni. Nel 2016 soltanto la crisi dei profughi e i conseguenti, straordinari risultati in cinque Land le avevano concesso una tregua dalla guerriglia continua con i maggiorenti del partito. A Est, l' Afd aveva superato in due Land il 20% dei voti, a Ovest aveva conquistato in altre tre regioni un ragguardevole risultato sopra il 10%.
L'affievolirsi della crisi dei rifugiati e l'"effetto Schulz" hanno stroncato questa tendenza. E l'Afd è precipitata dal 15% della fine dello scorso anno al 9% nei sondaggi attuali. I populisti tedeschi si preparano peraltro a un congresso difficile, nel prossimo fine settimana.
A Colonia l' Afd dovrà decidere, appunto, chi candidare contro Angela Merkel e Martin Schulz. Ma Petry ha chiesto ieri anche che dall' appuntamento nella città renana emerga, finalmente, una direzione. La madre di quattro figli, attualmente incinta del quinto che dovrebbe nascere a maggio, rinuncia alla corsa per la poltrona più alta ma non alla battaglia delle idee.
Il partito della destra tedesca deve decidere, ha ribadito ieri, se assumere una posizione oltranzista o assecondare la sua richiesta di farne "un partito di massa borghese", assumendo una posizione "realpolitisch". In un recente documento programmatico, Petry ha chiesto di aggiungere allo statuto che l' Afd "non concede alcuno spazio ad ideologie razziste, antisemite, voelkisch ("etnico" secondo una terminologia tardo ottocentesca, pangermanica e antisemita, ndr) e nazionaliste". Ma i suoi nemici non ne vogliono sapere.
Con la clamorosa ma non inattesa rinuncia - le speculazioni su un suo passo indietro si rincorrevano da settimane - i populisti dell' Afd perdono la loro leader più carismatica. E rischiano un' altra svolta a destra, dopo quella che la stessa Petry aveva imposto al partito nell' estate del 2015, quando il fondatore, Bernd Lucke, se n' era andato perché assediato dagli estremisti del partito. L' ulteriore deriva del partito ex anti-euro e ultra liberista - all' inizio era considerato una sorta di Tea Party tedesco è una nemesi amara, per la ex imprenditrice con un dottorato in chimica cresciuta nella Ddr.
Petry accusa il partito di essere senza bussola da allora, dalla rifondazione di due anni fa. Nel documento programmatico delle scorse settimane in cui chiedeva di non confinare l' Afd "in un fondamentalismo" da eterno partito di opposizione e di cominciare a immaginare un futuro alla cancelleria, la leader sassone aveva citato il suo più acerrimo nemico, il numero due Alexander Gauland.
Ma la battaglia che ha accelerato la sua scelta è quella sul controverso leader dell' Afd in Turingia, Björn Höcke. Che ha definito a febbraio un monumento all' Olocausto a Berlino "una vergogna", scatenando comprensibilmente una bufera. Petry ha avviato contro di lui una procedura di espulsione. E il congresso di sabato dovrà decidere se approvarla. Ma Gauland e l' ala "rechtsnational", "nazionalista di destra" non ne vogliono sapere di buttare fuori il noto antisemita.
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